SCENE E MAPPA DEL PRESEPE

Mappa 29^Edizione

1-ScenaGLI EBREI RICEVONO DA DIO LA MANNA=IL PANE NEL DESERTO

Come racconta il Capitolo 16° dell’Esodo, 1“Le provviste d’Israele, portate fuori dall’Egitto, finirono nel mezzo del secondo mese e il popolo mormorò contro Mosè e contro Aronne. 3 Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!

Dio ascolto il loro grido e gli diede la Manna, che il ebraico si dice: «Man hu = che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse.”

Era il pane disceso dal Cielo che gli avrebbe sfamato per 40 anni nel deserto e sarebbe terminato il giorno che avrebbero messo piede nella Terra Promessa, perché avrebbero mangiato i frutti della terra di Canaan. Dio Padre si prende sempre cura dei suoi figli.

 

2-scena: IL CICLO DEL GRANO CHE DIVENTA PANE

Sulla nostra tavola ogni giorno troviamo il pane fresco e croccante.

Ma da dove viene quel buon pane?
Proviamo a ricostruire il suo percorso. E’ una scena dove facciamo vedere l’evoluzione del pane che da un chicco di grano germoglia una spiga che contiene più chicchi che macinati diventano farina la quale lavorata con lievito e acqua diventa quel pane buono che troviamo ogni giorno sulle nostre tavole. Ma non dimentichiamo che dietro tutta la lavorazione ce il lavoro dell’uomo. Dio non da solo il pane, ma vuole che anche l’uomo collabori con Lui  a trasformare dei chicchi in pane per sfamare tanta gente. Dio non ha fatto tutto nella Creazione, ma ha lasciato anche che l’uomo faccia la sua parte nel Creato, sempre con l’umiltà di non sentirsi creatore ma creatura.

 

3-scena: GIUSEPPE E MARIA IN VIAGGIO VERSO BETLEMME

IN VIAGGIO ormai da ore in groppa a un piccolo animale da soma, Maria cerca di trovare una posizione un po’ più comoda. Davanti a lei, Giuseppe cammina imperterrito verso la distante Betleem. Ancora una volta Maria sente scalciare il piccolo che porta in grembo. Giuseppe e Maria non erano gli unici a essere in viaggio. Da poco Cesare Augusto aveva indetto un censimento per cui era necessario recarsi al proprio paese natale. Cosa fece Giuseppe? Il racconto dice: “Naturalmente, anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazaret, per recarsi in Giudea, nella città di Davide, che si chiama Betleem, perché era della casa e della famiglia di Davide”

Per raggiungere questo villaggio da Nazaret, bisognava percorrere circa 130 chilometri tra le colline attraversando la Samaria. Lì si trovava la Betleem dove Giuseppe doveva presentarsi, il luogo d’origine della famiglia del re Davide, famiglia alla quale appartenevano sia Giuseppe che la moglie. Forse ci sarebbe voluto più del solito se si tiene conto delle varie soste che Maria avrebbe dovuto fare nelle sue condizioni.

 

4-scena: BETLEMME LA CITTA’ DEL PANE

Scena capolavoro dei componenti degli associati del Presepe Vivente che hanno ricostruito un piccolo villaggio nella Selva dei Frati Minori.

Il termine Betlemme (Bayt Lahem) significa “Città del pane” (dall’ebraico Lekhem, “Pane”)

LA PIU’ FAMOSA PROFEZIA DELLA NASCITA DEL MESSIA (GESU’)

DAL LIBRO DEL PROFETA Michea 5,1-3

E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall’antichità,
dai giorni più remoti.

Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.

Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra.

 

5- scena: LA NATIVITA’

Vangelo di Luca 2; “mentre si trovavano in quel luogo(Betlemme), si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella stanza. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 

 

Chiediamoci:

C’è posto per Gesù nella mia vita?
Quali segni mi sta offrendo Dio della sua presenza?
Come reagisco di fronte ad essi?

Gesù è nato per portare gioia e pace. Quanto caratterizzano la mia vita questi doni?
Sono portatore di gioia e di pace per gli altri?

 

6- scena: MOLTIPLICAZIONE DEI PANI E DEI PESCI

Dal Vangelo di Luca 9, 11b-17

“Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo:

– Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta.

Gesù disse loro:

Voi stessi date loro da mangiare.”

Il miracolo della moltiplicazione dei pani, che tutti gli evangelisti hanno voluto ricordare, è stato un preludio della pioggia d’amore riversata da Gesù nell’Eucaristia. In verità, la scena ha un grande significato eucaristico. Per un verso, Gesù diede da mangiare alla moltitudine in un luogo deserto. Con questo atto di bontà richiamava alla memoria e attualizzava l’amore provvidente di Dio narrato nell’Esodo, quando procurò da mangiare all’intero Israele con la misteriosa manna che pioveva dal cielo ogni giorno (cfr. Es 16, 1ss.) come preludio del vero pane del cielo dell’Eucaristia (cfr. Gv 6, 30ss).

Per l’altro verso, i gesti di Gesù sopra i pani – “alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla” (v. 16) – ricordavano i gesti che faceva il capofamiglia nelle case di Israele e prefiguravano i gesti dell’istituzione dell’Eucaristia nell’ultima cena (cfr. 1 Cor 11, 23-26; Mc 14, 12-26; Mt 26, 17-20; Lc 22, 7-39). Erano gli stessi gesti della frazione del pane che avrebbe fatto il Risorto, a tavola, con i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24, 30). Gli stessi gesti, in definitiva, che ripetono i sacerdoti in ogni Messa. L’amore da Gesù mostrato quel pomeriggio della moltiplicazione dei pani si prolungherà così nello spazio e nel tempo. In tal senso, Santa Teresa del Bambino Gesù spiegava in modo sorprendente che “Dio non scende dal cielo tutti i giorni per rimanere in una pisside dorata, ma per incontrare un altro cielo che gli è infinitamente più caro del primo: il cielo della nostra anima, creata a sua immagine e Tempio vivo dell’adorabile Trinità”.

 

7-scena:  GESU’ INSEGNA NELLA SINAGOGA DI CAFARNAO

Vangelo di Giovanni 6,32: « Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero.»

Gesù infatti precisa che il donatore del pane dal cielo … non è Mosè… ma è il Padre mio… il quale dà il pane dal cielo, quello vero… cioè il definitivo nutrimento spirituale di cui l’essere umano ha bisogno.
Inoltre… nel Giudaismo si pensava che nel tempo messianico ci sarebbe stato un ulteriore dono della manna… e Gesù si rivolge qui ai Galilei parlando del Padre che vi dà… nel presente… questo “pane celeste”.

Gv 6, 35 « Gesù rispose loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai.» Dicendo Io sono il pane della vita, Gesù infatti riconduce a Sé stesso le affermazioni appena fatte in relazione al “pane che discende dal cielo” (Gv 6,32-33)… e la precisazione “della vita” fa capire che proprio questa è la fondamentale caratteristica del pane di cui sta parlando: la comunicazione dell’imperitura vita divina, che sazia pienamente la fame e la sete di vita spirituale che ogni essere umano sente dentro di sé.
L’espressione “chi viene” va qui compresa nel significato chiarito dal successivo “chi crede”… nel senso che venire a Gesù significa credere che Lui viene da Dio e, pertanto, ha il potere di donare il pane della vita eterna.

 

8- scena: L’ULTIMA CENA

Un altro capolavoro degli Associate del Presepe Vivente, ricostruiscono, avvicinandosi più possibile, l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, opera mista a secco su intonaco (460×880 cm) databile al 1494-1498 e conservato nell’ex-refettorio rinascimentale del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano.

 

Durante l’Ultima Cena, le parole di Gesù riguardo il pane azzimo e la coppa riecheggiano quello che aveva detto dopo aver nutrito i 5.000: “Io sono il pane della vita chi viene a me non avrà mai piú fame e chi crede in me non avrà mai piú sete […]Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Io sono il pane vivente che è disceso dal Cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; or il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo». […] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo  e il mio sangue vera bevanda.Poiché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda” (Giovanni 6:35, 51, 54–55). La salvezza giunge per mezzo di Cristo e del sacrificio del Suo corpo fisico sulla croce.

In ogni celebrazione eucaristica, appena è compiuta la consacrazione, tu ascolti proclamare: «mistero della fede». Questa parola vuol significare non tanto una verità nascosta e incomprensibile per l’intelligenza umana,  quanto piuttosto un disegno e un progetto di Dio che si realizza nella storia in modo inimmaginabile, che va ben oltre le tue aspettative e il tuo stesso desiderio.

 

Il Papa Giovanni Paolo II, nella sua ultima enciclica, «Ecclesia de Eucharistia» scrive: «L’intero Triduo Pasquale è come raccolto, anticipato e «concentrato» per sempre nel dono eucaristico. In questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa «contemporaneità» tra quel «Triduum» e lo scorrere di tutti i secoli. Questo pensiero ci porta a sentimenti di grande e grato stupore. C’è nell’evento pasquale e nell’Eucaristia che lo attualizza nei secoli, una «capienza» davvero enorme, nella quale l’intera storia è contenuta, come destinataria della grazia della redenzione».

L’ultima Cena riassume tutta la vita di Gesù:  ripropone il senso di una vita consumata e donata, e implica una nostra scelta interiore, per accettare i frutti di quella morte, presenti in questo rito. Se il fare memoria, da una parte, è fare memoria di Gesù che si offre al Padre, raccontando ciò che Gesù ha fatto per noi, dall’altra parte il fare memoria ci conduce a trasformare il nostro cuore innalzandolo al Padre nello Spirito Santo. Tutto questo attraverso due vie: la via del silenzio che adora e la via della contemplazione che imita.

Nel racconto quasi stenografico di Marco  14,17-25  un particolare: l’iniziativa di celebrare la Pasqua non parte da Gesù, ma dai suoi discepoli:  «i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Gesù aspetta che anche tu sappia prendere l’iniziativa. Così Egli rispetta pienamente la tua libertà, affinché le tue scelte siano risposta giusta all’amore che Lui ti offre.

(Cardinale Silvano Piovanelli)